TRA UN PASSO E L’ALTRO di Raniero Spaziani (e stavolta non è il solito articolo monstre… il che forse è già qualcosa)

(Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui. Con i nostri famosi sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi… – Antonello Venditti, Modena)

Riannodare i fili di un rapporto interrotto improvvisamente e senza un motivo, apparente o particolare che sia, può essere spesso molto complicato. A volte, semplicemente impossibile. Altre volte ancora, invece, del tutto inutile. Anche perché sforzarsi a trovare un pretesto, uno qualunque, è sicuramente molto più faticoso del non cercarlo affatto, né è detto che tanto sforzo poi produca il risultato che speriamo.

Se una cosa nasce, cresce e finisce senza che nessuno sia mai riuscito a spiegarsi come mai (un po’ come quegli insetti che volano perché non sanno che non potrebbero farlo), allora cui prodest provare a riesumarla, a riportarla in vita? A chi potrebbe interessare? (“lassa perde i morti Fré”).

Le mummie, stanno bene al Museo Egizio (poi magari una volta usciti fermatevi da Pepino, ne vale la pena!).

La chiave di tutto forse è capire se, da qualche parte, ci sia o meno ancora qualcosa da dire, se ci siano oppure no emozioni, sentimenti e passioni da condividere. Punti in comune, insomma.

E, soprattutto, se quei “qualcuno” abbiano o meno lo stesso interesse o voglia di ascoltare ciò che vorremo raccontare loro. Particolare non trascurabile.

In tanti (tanti… diciamo i miei 3-4 soliti lettori del lunedì mattina, Super Coach in primis), durante questi lunghissimi mesi, mi avete chiesto come mai non mi facessi più vivo, quale fosse la ragione del mio esilio volontario, sicuramente, autoimposto, pure.

Non che sia mancata la voglia o l’ispirazione, forse è stata solo questione di tempo.

Appunto, giusto il tempo di cambiare in un colpo solo lavoro, città, conoscenze (alcune), orizzonti (il mare è lontano ma le colline sono vicine), prospettive (l’accattivante geometria di Torino, nonostante soprattutto all’inizio mi sia immancabilmente perso, in tutti i sensi, abituato come ero, e come ancora sono, alle “curvature” topografiche e soprattutto caratteriali, tipicamente romane…).

Ma visto che questo è, o almeno dovrebbe essere, un articolo di e sul podismo, per restare in tema diciamo che a volte la vita ci impone di correre più di quello che vorremmo (o potremmo), che in certi momenti capita di dover accelerare il passo, di dover aumentare i giri in un modo che non riusciamo a dominare, dove l’unica cosa da fare è solo aspettare che tale spinta si esaurisca. Ed allora sì, forse potremo finalmente ritornare su di noi e soprattutto sui nostri pensieri. Ed è più o meno quello che è successo a me.

Ma se è vero che occorre avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante (o corrente, che dir si voglia, purché non me ne voglia Nietzsche, di sicuro la stella non è questo pezzo), e che la miglior cosa di cui può parlare una persona come si deve per trarne il maggior piacere è parlare di se stessi (e qui non me ne voglia Dostoevskij…tra l’altro eviterò di tirarla troppo per le lunghe onde evitare di essere bollato come egocentrico o narcisista…lungi da me), direi che possiamo cominciare.

Ma per citare un noto e sfortunato presentatore televisivo ebbene, dove eravamo rimasti? (lo so, questa sicuramente l’ho già tirata fuori in passato, ma visti i miei cronici ritardi non v’è rimedio!).

Qualcuno per caso ricorda la strada? Già, la strada…

(“You don’t stand in front of a mirror before a run…and wonder what the road will think of your outfit. You don’t have to listen to its jokes and pretend they’re funny. It would not be easier to run if you dressed sexier. The road doesn’t notice if you’re not wearing lipstick. It does not care how old you are. You do not feel uncomfortable…because you make more money than the road. And you can call on the road whenever you feel like it, whether it’s been a day… or a couple of hours since your last date. The only thing the road cares about…is that you pay it a visit once in a while.” – Mel Gibson, nel film What Women Want)

Le ragioni e le motivazioni che spingono centinaia di migliaia di persone a sfidare inverni rigidi, estati roventi, acquazzoni e perfino nevicate (peraltro correre sotto la neve è bellissimo) possono assumere varie forme: magari lo si fa perché si vuole perdere peso, per superare un momento difficile, per preparare la prima Roma Ostia o la prima maratona, per vedere fin dove possono arrivare i limiti, fisici e non, che spesso tendiamo ad autoimporci.

Essendo però la corsa un momento senza (finalmente?) regole da seguire se non quelle che siamo noi a voler dettare, o tempi da rispettare se non quelli del cronometro (non è comunque il caso del vostro affezionatissimo, che ormai a seguire il cronometro ha rinunciato da un pezzo…più probabile che sia lui a seguire me), quello che però forse non cambia mai, almeno per chi vi scrive, è comunque ciò che accade una volta che riusciamo ad isolarci con noi stessi e con la strada che percorreremo, l’inizio e la fine di ogni fatica, la spiegazione di molto, se non di tutto.

La strada, quindi, movimento e metafora sportiva e meta-sportiva dell’esistenza che vivremo, che odora della libertà, dell’intensità e della velocità con cui decideremo di attraversarla e della direzione che vorremo imprimerle; se percorrerla in linea retta, senza strappi o scossoni, se dare ad essa una svolta, una curva, se arrampicarsi lungo una salita. Dipende, nella corsa e non solo, spesso solo e soltanto da noi.

La strada, forse, e i “chi te lo fa fare”, “ma pure oggi che piove”, “io non sarei mai capace”, “ma perché corri se sei magro”, il nostro riflesso traballante e malfermo proiettato su di essa che lentamente si fa spazio, la linea d’ombra che attraversiamo per trovarci soli davanti alla nostra mèta oscura, il dialogo fatto di silenzi e respiri, i perché che siamo noi a porre a noi stessi, le risposte che spesso da troppo tempo aspettiamo, disseminate a volte tra le pieghe nascoste dello spazio che ci separa tra un passo e l’altro, i nostri piedi che lentamente perdono il controllo come fossero navi alla deriva.

La strada, probabilmente, la distanza che assorbe e scaccia le nostre paure, libera la nostra mente, dipana le nostre incertezze, attenua le nostre preoccupazioni che forse non sono nemmeno tali, corregge i nostri errori, aiuta a volte a vedere le cose da un’altra prospettiva. Ed ancora, il rumore dei passi che quando serve asciuga e porta via con sé le lacrime che vorremmo piangere, la rabbia che vorremmo esprimere, la delusione ed i tradimenti dietro le spalle.

La strada, dopotutto, e ciò che porta a capire e riscoprire noi stessi o ad averci almeno provato, alla consapevolezza o anche solo all’impressione di essere forse più forti e meno deboli di ciò che pensiamo o crediamo di essere, o di non essere.

Perché chi corre non scappa, perché non esistono vie di fuga ma solo percorsi da completare, perché l’arrivo è spesso solo un altro punto di partenza, dipende dalla prospettiva da cui lo si vede, perché non importa se andremo piano o veloce, se saremo stanchi e dovremo riposarci, se il tempo sarà bello o brutto, se saremo o meno da soli, se ci metteremo tanto o poco.

Una cosa è certa, la strada è là che aspetta. Ma senza metterci fretta.

Un saluto dal pié-d-veloce del Pie-d-mont, con la speranza di farmi vivo prima del prossimo trasferimento!

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